Ci arriveremo a metà strada?

Il mio francobollo da collezione!

Ho provato l’impulso irrefrenabile di condividere, nella lingua dei miei lettori (pochi, ma buoni), ciò che ho appena letto in un editoriale politico di Nature lanciato poche ore fa.

Nature che si occupa di politica? Ebbene si, l’editoriale espone una riflessione attenta e ragionata sull’importanza delle opportunità e le ripercussioni nel campo della ricerca scientifica, di cui le nuove squadre politiche europee dovranno occuparsi nell’immediato futuro.

Spagna, Italia e Grecia, tutte con nuovi assetti governativi e nuove regole per la ricerca, nonostante le pressioni della crisi economica, devono considerare che investire nella scienza adesso, potrebbe fruttare benefici enormi.

Scrive Nature:

Tre paesi del Mediterraneo, fra i più colpiti dalla crisi economica europea – Spagna, Italia e Grecia – hanno poco in comune oltre ad una linea costiera  condivisa ed un basso profilo per quanto riguarda gli investimenti nella ricerca e dello sviluppo. Tuttavia negli ultimi anni, tutti e tre hanno mostrato una certa tendenza verso la riforma delle loro sclerotiche organizzazioni che si occupano di ricerca. E nel mese passato tutti hanno rinnovato, in un modo o nell’altro, il loro governo.

La priorità per questi governi è quella di trainare i loro paesi fuori dal baratro del disastro, in modo da prevenire il prossimo (eventuale) collasso dell’euro. Data l’enormità di questi sforzi e la loro importanza internazionale, ha ancora senso impegnarsi per favorire finanziariamente e politicamente la scienza, tramite le prossime manovre che i nuovi governi dovranno attuare all’insegna dell’austerità?

S’ha da fare, almeno per due ragioni. In primo luogo, ogni paese sviluppato privo di una ragionevole (e solida) base scientifica, si troverà ad affrontare un futuro incerto, anche se è un tormentone a cui siamo abituati, è la pura realtà. Gli scienziati di tutti e tre i paesi per anni hanno visto poche risorse finanziarie destinate ai progetti di ricerca, e quasi nessun processo di turn-over tra i ricercatori. I migliori scienziati ottengono giusto ciò di che sopravvivere grazie alle sovvenzioni internazionali, in particolare dalla commissione europea. I ricercatori greci e spagnoli possono lamentarsi anche più di noi, dato che le misure di austerity hanno tagliato di netto le loro buste paga, insieme a quelle di altri funzionari. Non è difficile immaginare che ulteriori tagli potrebbero portare con facilità ad un livello pericoloso di demoralizzazione.

In secondo luogo, tutti e tre i paesi si trovano ad un certo punto del loro cammino lungo il processo di emanazione o attuazione di nuove leggi che si applicheranno al modo in cui la ricerca viene organizzata e valutata, così da allinearsi ai criteri scientifici adottati nel resto d’Europa. Ci sono tutti i motivi per destinare le risorse politiche necessarie al fine di assicurare che queste riforme siano portate a termine  correttamente – e, dato che non costerà più di tanto, le ragioni per non farlo sono quasi del tutto irrilevanti.

Questi paesi del Mediterraneo hanno la tendenza a essere poco trasparenti nei loro sistemi di finanziamento e reclutamento in campo accademico, pertanto molto spesso il clientelismo è in grado di prevalere sulla meritocrazia. Le nuove leggi dovrebbero contribuire a risolvere questo problema, soprattutto con l’introduzione della revisione paritaria (peer review) e la valutazione. In Spagna e in Grecia, le nuove disposizioni dovrebbero anche introdurre per la prima volta le agenzie nazionali indipendenti, indispensabili per ripartire i finanziamenti per la ricerca di base in termini di competizione, secondo le linee guida proposte dal consiglio europeo della ricerca o dal National Science Foundation statunitense.

Photo credit: Robert Mizerek

Il dibattito su queste norme dura da anni – la legge greca sulla ricerca, da anni promessa, non è stata ancora approvata, anche se ad agosto è stata approvata quella sulle università. In Italia, una legge per la ricerca è stata approvata alla fine del 2009 e quella dedicata alle università, giusto un anno dopo. La legge sulla scienza spagnola invece è passata lo scorso giugno.

Tutte queste leggi si differenziano negli scopi e nei dettagli, e sono perfezionabili in ciascuno degli aspetti che toccano. In tutti e tre i paesi, ad esempio, la maggior parte dei docenti universitari rimarranno dipendenti pubblici con un posto di lavoro che potrà durare tutta la vita, deludendo  coloro che speravano che le facoltà universitarie e i laboratori finanziati con fondi pubblici, avrebbero poi acquisito una maggiore flessibilità nelle assunzioni. Tuttavia qualunque sia l’entità delle loro risorse, se opportunamente implementate, ciascuna di queste leggi, solleverà la qualità della scienza migliorandone il rapporto costi/qualità.

Tutto questo è ancora più importante adesso perché in ciascuno di questi paesi sono spuntati improvvisamente una manciata di istituti competitivi a livello internazionale, insieme a piccole sacche di eccellenza, nonostante l’assenza di qualsiasi sostegno politico. I leader di questi istituti hanno scelto di operare attraverso la meritocrazia; immaginate quanto potrebbe fruttare questo approccio se diventasse obbligatorio per l’intera comunità scientifica di questi paesi.

I miglioramenti nel campo della scienza nell’Europa meridionale avrebbe benefici non solo all’interno dei singoli paesi in cui si verificano, bensì renderebbe l’Europa stessa, nel suo insieme, maggiormente competitiva. Eppure, senza nuovi fondi, il quadro giuridico potrebbe non essere in grado di raggiungere le meraviglie attese. Una nuova agenzia per il finanziamento della ricerca non sarà di molto aiuto senza un certo budget.

Adesso comunque non è proprio il momento per aspettarsi aumenti cospicui degli investimenti nella scienza, anche se piccoli aumenti potrebbero fare una differenza sproporzionata. A metà strada dal completamento delle riforme, la scienza in Spagna, Italia e Grecia ha bisogno di essere sostenuta, più che mai. Al pari della riforma fiscale, essa promette ritorni a lungo termine per quei paesi, e anche per tutto il nostro continente.

ResearchBlogging.orgEditorial (2011). Half way there Nature, 480 (7375), 5-5 DOI: 10.1038/480005a

Non che sia necessario aggiungere alcunché. il discorso è cristallino e più che ovvio, ma siamo proprio sicuri che non ci perderemo per strada? Basterà tutto questo finto ottimismo che dilaga? Oggi sono particolarmente ispirato da questa parola impertinente che mi gira intorno: l’ottimismo. Di questo passo ci seppellirà… se non agiamo.

9 thoughts on “Ci arriveremo a metà strada?

  1. L’Italia non sarebbe a questo punto se non fosse da sempre quello che è. Il peso di una classe politica arroccata lo paghiamo in termini di immobilismo culturale. Fanno carriera solo gli amici degli amici e i parenti. Vediamo all’opera il lato oscuro della selezione naturale: abbiamo selezionato parassiti ma fra un po’ forse non ci sarà più niente da parassitare.
    Ottimo articolo.

  2. Perfino un insensato ottimista come il sottoscritto comincia a veder calare la luce, i parassiti che abbiamo selezionato sono, forse, della peggior specie, troppo virulenti per accorgersi che stanno esaurendo tutte le risorse a disposizione… per il momento giro il link dell’articolo alle mie cerchie google+ invitando i discepoli alla lettura.

  3. Dalle mie parti siamo arrivati in fondo: laboratori in rovina, personale precario spedito via, convenzioni di ricerca evaporate. Ormai siamo un guscio vuoto, non serviamo più; però continuiamo a costare. E qualche privilegiato continua a buttare i soldi del contribuente in costosi computer della Apple da portare a casa. Siamo messi male.

  4. Bel blog, anche se io in chimica ho avuto pessimi insegnanti e, di conseguenza, nessun motivo per averne interesse. Purtroppo. Riportare i contenuti dell’articolo di NATURE che riguarda il basso profilo scientifico in Italia è molto corretto e dovrebbe essere fatto PERIODICAMENTE e nelle zucche di chi decide. La meritocrazia è una parola sconosciuta non solo in campo scientifico. Una volta, così mi han raccontato persone avanti negli anni, si “raccomandava” quello capace, adesso quello “zerbino”. Ovunque, anche nei reparti di neurochirurgia. Poi sono francamente stanca di sentire gente (inutili facce televisive per esempio) VANTARSI di non capire la matematica.
    Dimenticavo che in Italia ci si vanta di essere ignoranti, e che l’ignorante tuttologo è colui/colei che fa maggiore audience. Che tristezza.

  5. @Paopasc
    Grazie, sono in completa sintonia con quanto scrivi.🙂

    @Antonello Maiolino
    Anche i migliori vacillano, eh? Il termine che hai usato, parassiti, è il protagonista di una recente campagna contro l’evasione fiscale, che per molti come me che pagano in busta fino all’ultimo centesimo, è un vero e proprio insulto all’intelligenza. Quando faranno campagne pro-sviluppo, pro-educazione, pro-cultura, pro-famiglia, accompagnandole dai fatti, allora forse inizierò a considerarli meno virulenti.

    @Fausto
    Mi ci ritrovo. Immagino che la situazione sia ancora più diffusa di quanto pensiamo nelle nostre rispettive realtà. Mi chiedo quanto manca ancora a quello che in tossicologia chiamerebbero LD 50 ?

    @Sekhemty
    Grazie, però temo che non ci potremo sottrarre alla visione di quanto prospetti. Mi auguro che assisteremo con attenzione crescente.

    @Daniela
    Grazie 1K per i complimenti e per l’inserimento nel tuo blogroll, sono onorato di ciò. A proposito, blog interessante il tuo, tosto inserito tra i miei principali feed informativi!🙂

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