Lo strano caso dei brillamenti solari e della radioattività scomparsa

Espulsione di massa coronale. Imagecredit: Wikimedia Commons

Sembra proprio che i libri di fisica necessitino di una piccola revisione. Almeno questo è quanto emerge dopo che un gruppo di ricercatori scopre un’inaspettata influenza dei brillamenti solari nel decadimento radioattivo di alcuni campioni conservati in laboratorio.

Questo è ciò che affermano gli scienziati delle Università di Stanford e Purdue, ma la loro spiegazione apre le porte ad un altro insolito mistero.

L’emivita di un isotopo radioattivo, ovvero il tempo occorrente affinché la metà degli atomi di un campione puro dell’isotopo decadano in un altro elemento, è una costante nota per essere poco o nulla influenzata da effetti ambientali, a meno di piccoli errori tipicamente dovuti a questioni di sensibilità strumentale.

150 milioni di chilometri, la distanza media che ci separa dal sole, adottata convenzionalmente dagli astronomi  come unità astronomica, anche se non ancora inserita tra le unità ufficiali di misura del sistema internazionale (SI), potrebbero non essere sufficienti ad impedire una variazione nei tempi di decadimento dei radionuclidi instabili.

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Scoprendo cosa bevi, capirò dove sei stato

Acqua, birra e altre bevande contengono tracce di sostanze chimiche naturali che rappresentano una vera e propria impronta tracciabile in stretta relazione con la posizione geografica di provenienza. Un database apposito, adesso potrebbe essere d’aiuto per  rintracciare l’origine delle bevande assunte, coadiuvando ad esempio un’indagine volta a stabilire l’itinerario di un sospetto.

Acqua in bottiglia, bevande gassate, birra e quant’altro, a seconda della loro provenienza, possono essere caratterizzate e geolocalizzate con una certa precisione. L’assunzione di una certa quantità di liquido, lascia una distinta impronta chimica nei capelli, i quali potrebbero essere analizzati per ottenere un monitoraggio cronologico dei luoghi visitati, come  suggerisce uno studio recente. I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Agricultural and Food Chemistry dell’American Chemical Society.

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