Cosa resterà di quest’anno internazionale della chimica?

Di cosa parlano gli appassionati di scienza? Forse non proprio di chimica…

Nella storia il 2011 resterà impresso come anno internazionale della chimica malgrado gli sfuggenti neutrini, il divin bosone e il DNA all’arsenico. Non parliamo neppure di pianeti remoti potenzialmente acclamati come possibili ospiti di una qualunque (per quanto improbabile) forma di vita, o in generale del percorso verso la vita artificialmente generata sia a base silicio che carbonio, per le quali direi che siamo ancora ben lungi dal decifrarne i più intimi segreti.

Ciò che più di concreto è stato raggiunto dalle scienze naturali in questi ultimi anni, possiamo dirlo senza ombra di dubbio, proviene dalla ricerca nella chimica in ognuno dei suoi infiniti aspetti, anche se parrebbe che la comunicazione in questo settore non sia molto efficace, anzi spesso la stampa non perde occasioni per denigrare, stravolgere, demonizzare quando non espressamente colpevolizzare la chimica per qualsiasi futile motivo, finendo inevitabilmente vittime della sua stessa ignoranza. Ci mancherebbe, fa più notizia l’incidente nella cisterna a causa delle esalazioni di quel maledetto solfuro di idrogeno, piuttosto che il premio vinto da una ricercatrice sarda dopo che la sua ricerca è stata scartata da una commissione regionale, soprattutto se chi scrive nel primo caso è un affermato sensazionalista e nel secondo un timido freelancer (certo se continuano a scrivere articoli come questo, c’è da rabbrividire e arrabbiarsi, non da stupirsi o ironizzare a sproposito).

Invece io sono dell’idea che in ogni momento dovremmo essere consapevoli di tutta la chimica che ci circonda, della sua importanza e della sua onnipresenza, spesso sottovalutata, quando non scontata. Possiamo e dobbiamo risvegliarci da un certo intorpidimento mediatico che sposta l’attenzione verso palcoscenici più frivoli, mentre il resto del mondo si concentra sul progresso e sulla risoluzione dei problemi senza piangersi addosso per le proprie sventure, bensì impegnandosi per un futuro migliore che i nostri discendenti erediteranno, nel bene e nel male!

Ok, ho capito, non mi dilungo più in noiosi moniti, proviamo a passare in rassegna un anno di ricerca, chiaramente all’insegna del tema portante, la chimica, e consci che il percorso non si concluderà con l’anno appena terminato, ma si evolverà in funzione dell’impegno che riusciremo a dedicare in termini che potete immaginare.

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La scoperta dei cristalli impossibili

Dan Shechtman Imagecredit: Wikimedia commons

Uno scienziato israeliano che ha patito anni di ridicolo, perdendo anche il suo posto da ricercatore per aver sostenuto la scoperta di una nuova classe di materiali solidi, mercoledì scorso è stato riscattato da un glorioso premio Nobel, in riconoscimento per il suo lavoro con i cristalli quasiperiodici, altrimenti detti quasicristalli.

Daniel Shechtman classe 1941, il suo nome non era presente in nessuna di quelle previsioni che scommettono sul prossimo Nobel, e nonostante Wikipedia fosse ben preparata (l’articolo in inglese sui quasicristalli è raggiungibile fin dal 2002, da noi tradotto nel 2005), solo pochi possono dire di aver sfiorato l’argomento prima di questa settimana.

Era un mattino decisamente primaverile, quell’otto di aprile del 1982, quando Shechtman esclamò “Eyn chaya kazo”, che non era un’imprecazione ebrea, ma esprimeva tutta l’incredulità di chi si trova di fronte ad un oggetto impossibile: “una tale creatura non può esistere“! Fino ad allora la cristallografia era radicata sulla falsa credenza che la materia allo stato solido poteva aggregarsi solo in due stati, quello amorfo (come il vetro e alcuni polimeri) e quello cristallino. Ciò che Shechtman stava osservando con il suo microscopio elettronico però non apparteneva a nessuna delle due categorie.

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