Stephen Hawking e l’alieno quantico

Stephen Hawking insieme a Data, Einstein e Newton sul set di Star Trek

Stephen Hawking, il famoso astrofisico britannico,  ha recentemente esternato la sua preoccupazione per il pericolo che il nostro incontro con esseri alieni potrebbe rappresentare.  A suo avviso, è probabile che si verifichi  una replica fedele di ciò che accadde alla fine del XV secolo dopo che Colombo sbarcò sulle terre del Nuovo Mondo, le Americhe.

Il dottor Steven Hawking dall’alto della sua reputazione, e non per altri motivi come qualcuno ha chiosato, può permettersi di avanzare qualunque ipotesi e teoria, e devo ammettere che ammiro il suo coraggio per riuscire a trattare argomenti tanto popolari, quanto controversi e insidiosi.

Il suo ultimo prodotto televisivo, Into The Universe with Stephen Hawking, il documentario da lui stesso scritto e interpretato per Discovery Channel, è giunto al suo terzo episodio. Il primo, quello che ha suscitato più clamore, era un monito sugli incontri con extraterrestri, in cui noi giocheremo la parte degli indigeni inermi da sfruttare e dominare con facilità.

Il secondo episodio, dal titolo Time Travel: “Is Time Travel Possible?”, disquisisce con chiarezza cristallina di come il viaggio nel tempo sia effettivamente praticabile, almeno a livello teorico. Sarebbe infatti sufficiente viaggiare a velocità prossime a quella della luce per alterare la nostra linea temporale, e trovarci proiettati nel futuro una volta tornati  a casa. L’unico inconveniente è che sarà possibile viaggiare in una sola direzione, i viaggi indietro nel tempo non sono contemplati, purtroppo per il futuro esiste solo un biglietto di sola andata.

Tornando alle ipotetiche presenze ostili, Randy D. Allen, ricercatore del Dipartimento di Biochimica e Biologia Molecolare, Oklahoma State University, si domanda invece se la vita extraterrestre sia sempre basata sulla biochimica, come noi la conosciamo, oppure è possibile che esistano principi completamente diversi che la regolino, chiamando in causa anche la meccanica quantistica.

Immaginate forme di vita che possano manipolare le particelle subatomiche, come noi interveniamo sui componenti biochimici delle nostre cellule. Gli esseri umani sono esistiti come specie per meno di un milione di anni e noi siamo, per quanto sappiamo, l’unica specie sulla Terra che ha anche una vaga idea della principali nozioni di fisica. Abbiamo appena scoperto l’atomo e imparato presto a diffondere la sua forza nel secolo scorso. La nostra comprensione della meccanica quantistica è rudimentale, nella migliore delle ipotesi, ma siamo sul punto di sviluppo di computer quantistici che promettono una potenza di calcolo virtualmente illimitata. E’ possibile che in miliardi di anni dal Big Bang, altri organismi si siano evoluti in un dato luogo e periodo temporale, e che siano già in grado di padroneggiare la meccanica quantistica.

La loro curiosità insaziabile sull’universo (o, come noi, il loro desiderio inestinguibile di sfruttarlo), li ha portati a sviluppare computer quantistici di potenze inconcepibili. Si resero conto che con questi computer, tutta la loro esistenza poteva essere “informatizzata”, tutte le memorie e le esperienze di vita, tutte le emozioni e le motivazioni, tutto potrebbe essere trasferito in un  “cervello quantico collettivo”. In questo modo si varcherebbe un accesso evolutivo in cui  la loro “specie”, anche se biologicamente estinta, potrebbe diventare effettivamente immortale. Si potrebbe così fare a meno di un metabolismo inefficiente che richiede enormi input di energia, gli esseri risultanti non sarebbero soggetti a usura e invecchiamento, ma anche nessuna riproduzione, né morte, e nemmeno più tasse, ironizza il professore.

Non so dove ho già sentito questa storia …

Di fatto si avrebbe a che fare con una coscienza collettiva parallela con possibilità illimitate. Forse, attraverso la supersimmetria o l’entanglement, potranno “vedere” o “sentire” l’intero universo. Forse, avranno acquisito la capacità di manipolare le particelle elementari e saranno in grado di controllare la propria evoluzione e il loro stesso destino. Praticamente, dal nostro punto di vista, dei.

La possibilità di evolvere in una coscienza quantica, naturalmente, dipende da numerose variabili, e richiede che la  civiltà in questione non venga sterminata dal primo impatto con un asteroide, o dagli influssi di una supernova vicina, o da gigantesche eruzioni vulcaniche, o ancora che non venga decimata da una guerra globale per la scarsità di risorse, esacerbata dai cambiamenti climatici.

Infine vi è la possibilità che si potrebbe semplicemente perdere l’impulso scientifico attraverso la perdita di sostegno politico alla ricerca di base e lasciare che la nostra occasione per l’immortalità svanisca come neve al sole, ma non è il nostro caso. Per fortuna.

Fonti:

Journal of Cosmology

DailyGalaxy

AAA Antimateria cercasi!

Il Big Bang dovrebbe aver creato materia e antimateria in quantità uguali, quindi perché l’universo non scompare in un esplosione di autoannichilazione? E ancora, dov’è finita tutta l’antimateria ipotizzata?

Un recente articolo del New York Times esamina i risultati dell’ultimo report del progetto DZero presso il Dipartimento di Energia del Fermi National Accelerator Laboratory il quale propone una soluzione, ahimé, che di rivoluzionario ha ben poco.

Era improbabile che un caso del genere non avrebbe attirato l’attenzione di un gran numero di fisici teorici. Nel corso degli anni, è diventato chiaro che ci sono davvero solo tre possibili soluzioni a questo problema:

  1. Se partiamo dal presupposto che il Big Bang non abbia prodotto antimateria, potremo assumere che non è mai stata presente in maniera significativa, quindi l’universo potrebbe aver funzionato benissimo anche senza.
  2. Se ipotizziamo che il Big Bang abbia prodotto materia e antimateria in proporzioni uguali, e che queste quantità siano rimaste tali, può darsi semplicemente che viviamo in un immensa regione composta solo dalla materia e che non esistano regioni di antimateria nei “dintorni”, sufficientemente vicine da essere osservate.
  3. Se infine assumiamo che la materia e l’antimateria dopo il Big Bang sia stata prodotta nelle stesse proporzioni, e che di quest’ultima non ne sia rimasta più, un qualsiasi evento in passato potrebbe aver consumato tutta o quasi l’antimateria, e attualmente nessun modello lo potrà mai spiegare. Ma non è ancora detta l’ultima parola.

Sembrerebbe che l’ipotesi più accreditata dai fisici moderni, sia la terza. La prima non sarebbe altro che un artificio per aggirare l’ostacolo, mentre la seconda apparirebbe più probabile, anche se trovare la spiegazione del fenomeno non è proprio una passeggiata.

Tuttavia, l’esperimento che ha riportato alla ribalta la questione, in sintesi ha dimostrato che nelle collisioni ad alta energia dei mesoni-B, si producono coppie di muoni e antimuoni, con leggera prevalenza dei primi (~1%) rispetto alle particelle di antimateria.

In parole povere, questo orienterebbe a ipotizzare che durante il Big Bang, le controparti barioniche (materia e antimateria) prodotte, dopo essere entrate in contatto si siano annichilite l’un l’altra, lasciando come residuo l’un per cento delle particelle originali, composte solo da materia, spiegando quindi l’assenza delle altre. In termini tecnici questo fenomeno viene chiamato Violazione CP, un’anomalia che provoca uno sbilanciamento tra i due tipi di particelle.

Un ipotesi già prospettata sin dagli anni ’90 dal giovane fisico Eric Sather, che curiosamente attendeva conferme proprio dai futuri esperimenti ad alta energia. Peccato però che nel 2010, i risultati necessitino ancora di ulteriori verifiche e approfondimenti, dato che la probabilità che queste misure siano consistenti con altri effetti noti è inferiore allo 0,1%, e le incertezze associate appaiono ancora troppo elevate.

Perdonate l’impertinenza da chimico ignorante, ma da quello che ho capito (non molto, a dire il vero), non riesco proprio a vedere tutto questo gran progresso.

Ulteriori letture: