Punti di vista neutrali cercasi per valutazione ricerche su OGM, astenersi perditempo!

Dichiarazione di conflitti di interessi: come forse sapete sono abbastanza contrario alla sperimentazione animale indiscriminata, pertanto la mia opinione sugli studi scientifici che si avvalgono di questa pratica è decisamente negativa, sebbene ciò non esclude che vengano utilizzati diffusamente al fine di dimostrare qualunque cosa si desideri. Non sono pagato dalla Monsanto e devo ammettere che non provo grande simpatia per quest’azienda dagli introiti multimiliardari, ma nemmeno per altri protagonisti di questa storia, come l’EFSA o Monsieur Séralini, i quali neppure loro, ahimè, mi pagano per scrivere.

gmo_dees-500x444Facciamo il punto della situazione, l’ondata di criticismo scientifico che si è riversata sui risultati di uno studio francese che ha riscontrato gravi conseguenze sui ratti alimentati con mais geneticamente modificato, non accenna a sfumare, anzi promette di montare come l’albume di un uovo geneticamente inalterato.

Gli autori dello studio pubblicato sul numero di Novembre di Food and Chemical Toxicology, tra cui spicca Gilles-Eric Séralini ricercatore e professore di biologia molecolare, attualmente fronteggiano le pressioni intense da parte di coloro che vorrebbero esaminare la documentazione completa di tutti i dati che hanno portato alla discussa conclusione, ovvero che il gruppo dei ratti foraggiati per due anni con mais resistente al glifosato (un brevetto Monsanto caratterizzato dalla sigla NK603) hanno sviluppato molti più tumori e sono morti in anticipo rispetto al gruppo di controllo. A dirla tutta, dallo studio emerge che i topi manifestano tumori anche quando l’acqua somministrata conteneva una traccia (0,1 parti per miliardo) dell’erbicida incriminato. Proviamo ad approfondire…

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Carpe Carbo Diem (La guerra impossibile contro il carbonio)

Dum loquimur fugerit invida

aetas: carpe [carbo] diem, quam minimum credula postero

(Mentre parliamo il tempo sarà già fuggito, come se ci odiasse.

cogli l’attimo [e il carbonio], confidando il meno possibile nel domani)

In tutto il mondo durante il 2011 sono state prodotte almeno 35 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio, questo significa che ogni giorno dell’anno circa cento milioni di tonnellate di CO2 arricchiscono l’atmosfera di uno dei principali gas responsabili dell’effetto serra. Una produzione che diventa sempre più preoccupante e genera allarme per gli effetti a lungo termine che potrebbe generare. Urge quindi una ricerca rivolta alla risoluzione di questo impellente problema, con tutti i mezzi a disposizione, ma soprattutto che assicuri la sua sostenibilità evitando di intraprendere percorsi che comportino rischi che potrebbero rivelarsi peggiori della situazione attuale.

Una ricerca che non è affatto semplificata dall’incessante dibattito più che altro politico (e patetico, il più delle volte) o ideologico che contamina la scienza con reazioni sicuramente controproducenti. Il problema però sembra essere molto più complesso di quanto inizialmente delineato, e i rimedi proposti finora si perdono spesso nel bilanciamento poco equilibrato tra i pro e i contro.

Proviamo ad approfondire con qualche riflessione, evitando di scadere nelle annose diatribe come la causalità tra concentrazione atmosferica di CO2 e aumento delle temperature e soprattutto nel poco noto paradosso verde, il quale è di natura prettamente economica esulando pertanto dai nostri scopi.

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Tutto il fascino della chimica nelle candele di Natale

Tanto tempo fa, quando l’illuminazione casalinga era dominata da tremolanti fiammelle che consumavano un timido stoppino immerso in un cilindro di cera solida, forse era più facile viaggiare all’interno di quel mondo fantastico generato da chi osava curiosare in quegli strani “meccanismi” della natura, scoprendo al termine di un lungo percorso anche i più piccoli segreti chimici che una misera candela nascondeva dietro la sua scontata semplicità!

Dalla cera delle api, all’estratto di cannella, dal grasso dei pesci candela al sebo dei mammiferi, numerosi e diversi sono stati i materiali utilizzati per la manifattura delle candele, eppure per tutti quanti è possibile riassumere la reazione di combustione in una singola formula esaustiva che li comprende indiscriminatamente:

Un’equazione come questa fornisce in modo diretto e semplificato l’informazione di come inizia e come termina una qualsiasi combustione che si verifica accendendo (anche) una candela, tuttavia possiamo facilmente immaginare che le cose siano un tantino più complesse, e si potranno (ri)scoprire proseguendo nella lettura, ma solo se siete altrettanto curiosi di quanto lo furono i fortunati allievi di Faraday durante le sue lezioni …

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La previsione degli effetti delle molecole bioattive

Nel romanzo “The Minority Reportdi P.K.Dick la prevenzione dei crimini era affidata ad una squadra di tre mutanti, i precog, veggenti in grado di prevedere il futuro, anche se non tutti lo prevedevano allo stesso modo. Nel mondo reale, sostituendo il crimine con la malattia, diventa invece sempre più realistico l’impiego dell’analisi predittiva come modello di ricerca per la caratterizzazione delle attività biologiche di molecole naturali e artificiali, rivolto alla creazione di nuovi farmaci e principi attivi dalle proprietà inedite.

Il coinvolgimento di diverse aree di competenza come la chimica, la biochimica, la biologia molecolare, l’immunologia e naturalmente la bioinformatica naturalmente richiede la stretta collaborazione di esperti in ciascun campo specifico e la crescita dell’interesse per le parole chiave “predictive analytics” è evidente, soprattutto in questi ultimi due – tre anni, e non solo in campo terapeutico, occupando sempre più spazio anche nelle pubblicazioni scientifiche con impact factor assolutamente rispettabili.

ResearchBlogging.orgIn linea generale, esaminando la letteratura disponibile sull’argomento, è possibile accorgersi che molti prodotti naturali, come gli estratti o gli oli essenziali, spesso rivelano nuove e interessanti proprietà terapeutiche, esprimendo ad esempio attività antitumorali, antivirali, antiinfiammatorie e altro ancora.
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Fermentazioni alternative: lo strano rapporto fra batteri e idrogeno

Rendering strutturale molecolare dell'enzima Fe-Ni Idrogenasi. Imagecredit: Instituto de Tecnologia Química e Biológica

Tra le diverse tecnologie conosciute per la produzione di idrogeno, l’impiego dei batteri e delle biotecnologie applicate, forse rappresenta l’alternativa più promettente per sostituire i combustibili fossili e altri sistemi di accumulo energetico basati sull’energia chimica. Oggi quasi la metà del fabbisogno di idrogeno viene soddisfatto tramite il reforming del gas naturale, il 30% deriva da oli pesanti e nafta, il 18% da carbone, solo il 4% da elettrolisi e infine circa l’1% è prodotto da biomassa. Una situazione che affonda la sua insostenibilità nello scarso rendimento energetico delle tecniche più gettonate, e nella contemporanea produzione di biossido di carbonio, il fatidico e gravoso residuo finale di ogni ossidazione organica.

Con questi presupposti non è difficile indovinare che per liberarsi dalla produzione collaterale di anidride carbonica nello sfruttamento dei vettori energetici come l’idrogeno, bisogna necessariamente modificare il paradigma produttivo, riducendo o addirittura eliminando del tutto le fonti non rinnovabili e incentivando la ricerca in una direzione che permetta di sganciarsi da questo abuso delle risorse naturali e che allo stesso tempo consenta di operare a temperatura ambiente.

La scoperta che alcune alghe verdi producono idrogeno in particolari condizioni risale addirittura al 1939, quando Hans Gaffron si accorse che la Chlamydomonas reinhardtii sospendeva la generazione di ossigeno (tramite la fotosintesi) per emettere idrogeno, ma non fu mai in grado di spiegarne il meccanismo. Solo 60 anni dopo, nel 1999, il professor Anastasios Melis dell’Università di Berkeley in California svelò l’arcano: privando l’alga di zolfo e ossigeno si crea la condizione ideale per sostenere la produzione di idrogeno per un certo periodo. Chiaramente l’interesse per questo tipo di ricerche è sempre stato offuscato dalle priorità in voga nell’ultima metà dello scorso secolo, principalmente di stampo nucleare e petrolifero per intenderci, altrimenti in questo momento ci troveremmo ad utilizzare agevolmente sistemi a impatto zero per i nostri fabbisogni energetici. Qualcuno azzarda che un impegno pari a quello del progetto Manhattan avrebbe risolto da tempo ogni ostacolo tecnico, e che a quest’ora un’economia dell’idrogeno sarebbe stata ampiamente sostenibile comportando un progresso senza pari e in totale rispetto dell’ambiente.

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Carnevale della Chimica #3 – L’acqua: una soluzione chimica!

Volevamo stupirvi con effetti speciali, ma questo è il carnevale della chimica, per cui ne uscimmo completamente bagnati…

È per me un immenso piacere porgervi un caloroso benvenuto alla lettura di questa terza edizione del Carnevale della Chimica, strepitosamente inondata dalle partecipazioni di un gran numero di illustri ospiti e  amici e sono davvero onorato di avere l’opportunità di presentarvi una rassegna di tutti i loro eccellenti contributi! Per me questa è la prima volta che ricopro il ruolo di “conduttore” per un carnevale, pertanto vi chiederei di essere indulgenti se commetterò qualche leggerezza, e mi raccomando, fatemelo notare!

Colgo l’occasione anche per esporre per la prima volta il bellissimo nuovo logo disegnato da Francesco che ha superato con successo la selezione, un emblema che aiuterà la “chimica da divulgare” a emergere dalla sua immeritata ombra di anonimato, interessando così anche il grande pubblico, nella speranza di esorcizzare antiche, radicate e irrazionali paure, una materia, una filosofia,  la chimica, che non può non coinvolgere da vicino ognuno di noi nelle quotidianità e nelle singolarità delle nostre esistenze materiali.

Come eloquentemente anticipato dal titolo, il filo conduttore del carnevale di questo mese verte sulle soluzioni offerte da una molecola comunissima e per niente banale come l’H2O.  Non saprei cosa potrebbe rappresentare meglio la chimica se non l’approfondimento di ciò che sta dietro alla semplice coniugazione covalente e un po’ polare che si verifica quando un atomo di ossigeno accoglie nel suo angolare abbraccio due vivaci atomi di idrogeno.

Ladies and gentleman … “Taca banda”!

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La sindrome di Fukushima

La centrale di Fukushima. (Imagecredit: GreenPacks

Il terremoto di Sendai di ieri 11 marzo (東北地方太平洋沖地震, Tōhoku Chihō Taiheiyō-oki Jishin, letteralmente “Terremoto in alto mare della regione di Tōhoku e dell’Oceano Pacifico”) è stato un evento sismico di magnitudo 8,9 con epicentro in mare e con successivo tsunami. Si è generato a largo della costa della regione di Tōhoku, nel Giappone settentrionale, alle ore 14:45:23 locali (05:46 UTC, 06:46 in Italia), alla profondità di 24,4 km. Attualmente è il più potente sisma mai registrato in Giappone, il quinto sisma più forte registrato con i moderni sismografi, e l’ottavo di sempre.

La centrale nucleare di Fukushima n. 1, chiamata anche Fukushima Dai-ichi, è un impianto situato nella città di Okuma appartenente al  distretto di Futaba della prefettura di Fukushima. Con sei unità separate posizionate all’interno del sito con una potenza combinata di 4,7 GW, Fukushima I è uno dei 25 maggiori impianti di tutto il mondo, ed è stato il primo ad essere costruito e condotto dalla TEPCO (The Tokyo Electric Power Company).  Oggi tutto il mondo ha gli occhi puntati sulle cronache di questo reattore impazzito.

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Click chemistry, la pragmaticità della chimica in discussione?

Sintesi efficace di architetture molecolari meccanicamente interconnesse. Imagecredit: The Chemical Society of Japan (doi:10.1246/bcsj.80.1856)

In questi ultimi dieci anni le antologie di chimica organica si sono arricchite di un nuovo e importante capitolo. La click chemistry, forse traducibile come la “chimica a scatto”, è una filosofia della chimica moderna introdotta all’inizio di questo millennio da Karl Barry Sharpless (premio Nobel per la chimica nel 2001), distinguendo una categoria di sintesi molecolari condotte in maniera rapida ed efficace grazie all’impiego di quantità minime di reagenti.

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Le applicazioni sono molteplici e le tecniche mirano a soddisfare i più verdi auspici previsti dalle pratiche della Green Chemistry, tuttavia è necessario un certo equilibrio tra pragmaticità e sostenibilità, per evitare di scadere in un facile opportunismo, o peggio ancora, nella bieca speculazione.

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Emergenza acqua biologicamente contaminata: una nuova soluzione

Esiste un’impellente necessità di trovare nuovi metodi per la potabilizzazione delle acque, più pratici ed economici di quanto disponiamo attualmente. Catastrofi naturali come alluvioni, tsunami, terremoti spesso sono accompagnate dalla diffusione di malattie anche letali, come la gastroenterite, la giardiasi e persino il colera, a causa della mancanza di una fonte immediata da cui attingere acqua potabile. Adesso un team di ricercatori della McGill University ha compiuto un passo fondamentale verso la creazione di un sistema portatile e a buon mercato, basato su un semplice filtro cartaceo rivestito da nanoparticelle di argento pronto per essere utilizzato in casi di emergenza, limitando il rischio di assumere acqua contaminata.

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Freeman Dyson e Steve Connor, epistole impertinenti sui cambiamenti climatici

Steve Connor e Freeman Dyson. Imagecredit: The Independent

Il professor Freeman Dyson, classe 1923, è un illustre fisico teorico e matematico statunitense di origine britannica, famoso per i suoi studi sulla teoria quantistica dei campi, sulla fisica dello stato solido, e molto altro ancora. I suoi amici lo descrivono come una persona timida e schiva, con una vena di contrappunto che i suoi amici trovano rinfrescante, ma che i suoi oppositori subiscono con esasperazione. Il suo amico, il neurologo e scrittore Oliver Sacks, ha detto che “la parola preferita da Freeman sul fare scienza ed essere creativi, è il termine ‘sovversivo‘. Egli non pensa solo che sia piuttosto importante non cadere nell’ortodossia, ma bisogna anche essere sovversivi, ed è proprio ciò che ha fatto per tutta la vita”. [1]

Su Steve Connor, ahimè, non sono riuscito a trovare molte informazioni, è attualmente science editor del noto tabloid britannico The Independent e qui potete trovare una panoramica del suo operato.  Ben Goldacre, editorialista della rubrica scientifica Bad Science, ospitata dal quotidiano The Guardian, scrive di lui sul suo blog, definendolo un uomo “arrabbiato” e associandolo addirittura agli omeopati quando si tratta di rabbia. Riconosco che questa presentazione possa risultare palesemente sbilanciata, tuttavia trovo più interessante riflettere sui contenuti dello scambio di e-mail in cui Steve Connor chiede allo scienziato ribelle perché egli sia uno dei pochi veri intellettuali ad essere così sprezzante sul diffuso consenso per il riscaldamento globale e la sua origine antropica.

Quanto segue è la traduzione, un po’ frettolosa in verità, dell’interessante botta e risposta tra i due, incentrata sullo scetticismo di Dyson nei confronti del Global Warming. [2]

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Te la do io l’acqua minerale!

L’acqua minerale in bottiglia è un ode al consumismo più irrazionale che si possa concepire, gli italiani anche in questo non sono secondi a nessuno, con i loro bei 200 litrozzi e passa di varie effervescenze. Non si bada a spese, esistono acque minerali che superano perfino la soglia psicologica di un euro a bottiglia, forse tra gli oligoelementi contenuti vi sarà qualche traccia di metalli nobili, magari una pagliuzza d’oro ogni mille bottiglie? Chissà.

Eppure le vendite lievitano senza conoscere crisi, il polietilene tereftalato si accumula mescolandosi con altre plastiche che vanificano il riciclo e l’acqua in bottiglia continua a percorrere centinaia di chilometri fuori dagli acquedotti perché viaggia allegramente su gomma, senza contare che per  la produzione di ciascun contenitore trasparente occorrono ben 100 ml di petrolio e 600 ml di acqua!

Insomma in questa fiera del paradosso bagnato non manca proprio nulla, nemmeno che con questo comportamento ogni italiano in media produce ben 23 kg di CO2 all’anno, i quali non sono affatto compensati dal biossido di carbonio usato per rendere l’acqua innaturalmente frizzante!

Burp a parte, bastano due conti per accorgersi che investire in un gasatore da circa 80€ potrebbe rivelarsi una strategia vincente, se proprio non ci si accontenta della semplice acqua di rubinetto. Tuttavia lo scoglio da superare è tutt’altro che semplice, la giuria è di quelle più terribili: il nostro gusto personale e la nostra imperscrutabile psiche, i fondamenti dell’organolettica! Già, perché, checché se ne dica, l’acqua che sgorga dalle fonti casalinghe, sebbene ipercontrollata, è ben lungi dal possedere un gusto competitivo, e tutte le alternative diventano presto dei meri surrogati per le acque imbottigliate che si acquistano al supermercato.

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La differenza si percepisce soprattutto tra i palati più sensibili, anche a causa del diverso contenuto di sali minerali, spesso le nostre potabili sono ricche di calcio e magnesio, e le loro concentrazioni, insieme a un certo retrogusto cloroso, riescono a scoraggiare anche il meno sensibile degli assaggiatori.

Per questo, molti chimici si sono chiesti se è possibile riprodurre esattamente il sapore delle acque naturali aggiungendo un sapiente cocktail di sali, eventualmente concludendo l’opera con un’opportuna gasatura, una vera e propria acqua minerale fai-da-te, insomma. Con un po’ di googling, si trovano facilmente alcune ricette, dalle più semplici che suggeriscono l’innocua aggiunta di qualche granello di bicarbonato di sodio, a quelle più elaborate che si “cucinano” con solfato di magnesio, cloruro di calcio e bicarbonato di potassio, ve ne è perfino una che prevede la produzione di bicarbonato di magnesio, ottenuto neutralizzando l’idrossido di magnesio con acido carbonico.

Qualcuno però è andato ben oltre, ecco il calcolatore stechiometrico per clonare qualsiasi acqua minerale! Incuriositi?

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Nucleare? Un futuro da precario!

Le ultime notizie sull’energia che circolano in rete a volte sconfinano nel paradossale. Certo, quando si tratta di propinare dati improbabili oppure complicate dimostrazioni matematiche sulle millemila velleità del comparto nucleare, è facilissimo costruirsi delle ottime figure. Il problema è che qualcuno potrebbe crederci davvero, e allora non è proprio colpa sua se poi si propaganda di 10-12.000 fantasiosi posti di lavoro, quando negli Stati Uniti l’industria nucleare occupa, indotto compreso, meno di 500 persone per reattore. Cari aspiranti ingegneri nucleari e volenterosi operatori che auspicate di procurarvi qualche vantaggio dalle promesse del carrozzone nucleare che si vorrebbe impiantare sul nostro Bel Paese, non illudetevi, per voi non ci sarà posto!

Già, perché è uso comune impiegare operai che parlano lingue diverse, forse per preservare il segreto industriale, chissà. Ad Olkiluoto, in Finlandia, circa il 30% della forza lavoro è di origine polacca e questo, naturalmente, ha creato grossi problemi di comunicazione, rallentando enormemente i lavori.

La crisi del nucleare non conosce tregue, e i baluardi designati a rappresentare questa tendenza sono proprio gli ultimi nati della cosiddetta terza generazione, il CANDU, l’EPR e l’AP1000, tanto per citare quelli che hanno preso più piede. Proseguite a vostro rischio e pericolo, e naturalmente con un pizzico di capsaicina!

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Un depuratore che va a … piselli!

La chimica verde talvolta può sorprendere per la sua capacità di stravolgere le consuete regole del gioco applicate alla sostenibilità ambientale. Ricordate il cotone nanotech e gli alberi dei miracoli?

Il trattamento tradizionale delle acque reflue contaminate da metalli pesanti provenienti da processi industriali come le concerie, trattamenti galvanici e comparto tessile, in cui è previsto l’impiego di abbondanti quantità di reagenti chimici, spesso deve fare i conti con costi e manipolazioni che comportano diverse criticità.

In particolare quando si rende necessario separare il cromo, le soluzioni consistono in una serie di passaggi intermedi generalmente distinti in acidificazione, riduzione dei cromati e successiva precipitazione in ambiente basico. Il tutto avviene con l’utilizzo di sostanze chimiche non proprio del tutto innocue, come acido solforico, cloruro di ferro (III), idrossido di sodio o di calcio, oltre ad una pletora di vari additivi.

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Adesso però un team di ricercatori della University of the Punjab di Lahore, Pakistan, propone un nuovo sistema che sfrutta le proprietà degli scarti agricoli, soprattutto di piselli (Pisum sativum), i quali sono ricchi di gruppi carbossilici e fenolici particolarmente adatti all’impiego come adsorbenti di metalli nelle acque di scarico. Il sistema è particolarmente vantaggioso, in quanto risolve agevolmente due problematiche (la depurazione dei reflui e lo smaltimento dei cascami), a cui vanno aggiunti la disponibilità, il basso costo e una ragionevole capacità di rimozione degli inquinanti, in piena compatibilità con gli auspici della chimica sostenibile. La ricerca è stata pubblicata nel terzo volume del 2010 di Green Chemistry.

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The global experiment!

Allora, siete tutti pronti per assistere al più grande esperimento chimico di tutti i tempi? Come? Non ne sapevate nulla? Bene, allora è il vostro giorno fortunato perché se continuerete a leggere, scoprirete tutti i dettagli relativi all’evento che accompagnerà l’anno internazionale della chimica.

IYC2011, questo è l’acronimo per International Year of Chemistry, il 2011 appunto, il quale verrà inaugurato ufficialmente con una cerimonia di apertura il prossimo 27 gennaio a Parigi presso il Quartier Generale dell’UNESCO, in Place de Fontenoy, con la partecipazione di note personalità ed eminenti scienziati provenienti da tutto il mondo.

Fabienne Meyers, direttore associato della IUPAC, si augura che la partecipazione al progetto dell’esperimento epocale coinvolgerà almeno 10.000 scuole in tutto il pianeta, e in effetti le sottoscrizioni per l’iniziativa arrivano copiose dai quattro angoli del globo. L’invito è rivolto a tutti gli studenti delle scuole medie inferiori e superiori tramite i loro docenti, ed esploreranno per l’occasione una delle risorse della Terra più critiche e importanti per il nostro futuro: l’acqua.

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Fotosintesi alternative: la Vespa orientale e la xantopterina

Passatemi l’incipit fin troppo stereotipato di questi tempi, ma la recente e controversa rivelazione della NASA sulla biochimica all’arsenico di certi batteri,  impone una straordinaria cautela nel trattare argomenti che infrangono il limite delle conoscenze ormai date per assodate. Fin dalle scuole dell’obbligo ci insegnano che la fotosintesi è un processo biologico veicolato dalla luce del sole allo scopo di sostenere la vita vegetale. Sebbene alcuni dei passaggi della fotosintesi non siano ancora stati del tutto chiariti o esplorati, il quadro complessivo del sistema biochimico è ben noto fin dal 19° secolo.

ResearchBlogging.orgPossiamo pertanto accettare con sincera flessibilità la scoperta di una nuova variante della clorofilla in grado di utilizzare la parte infrarossa dello spettro elettromagnetico, possiamo stupirci con razionalità quando si presentano curiose simbiosi tra cianobatteri e specie animali che ne traggono qualche vantaggio, come i coralli, le spugne e le anemoni marine, perfino le salamandre possono vantare un caso!

Come si reagisce invece alla notizia che un tipo di vespide monta sul suo posteriore un paio di sfavillanti pannelli solari gialli in grado di assicurare il necessario supporto energetico durante le frenetiche e incessanti attività edili diurne?

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La biochimica velenosa della NASA

Un ingrandimento dei batteri GFAJ-1 coltivati con arsenico. Imagecredit: Wikimedia Commons

Finalmente la NASA ha ammesso di aver raccolto incontestabili prove dell’esistenza di microorganismi alieni terrestri che riescono a metabolizzare anche l’arsenico!
Ecco la notizi(ol)a che avrà deluso intere schiere di esobiologi in erba e non solo. E giù di nuovo a sentenziare inverosimili ipotesi di complotti per occultare le prove e insabbiamenti Roswell-style ad esclusivo impiego di chi frigge la solita aria. Tuttavia la ‘scoperta’ è in ogni caso degna di essere approfondita e va giustamente evidenziata, anche con questi metodi che ne esaltano una certa spettacolarità. In fondo la scienza va divulgata con ogni mezzo possibile, e ben vengano questi metodi che rompono gli schemi usuali del comunicato stampa arido, impersonale e monocorde dedicato ad un pubblico di soli addetti. Ma cosa c’è di veramente nuovo, cosa sfugge allo spettatore medio, cosa si nasconde nelle verità nei dettagli che i media generalisti non ci dicono, o non sanno dirci?

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Benzina dalle formiche!

Un catalizzatore basato sul ferro per la riduzione di bicarbonato a formiato. Imagecredit: WILEY-VCH

Sembra talmente banale, una di quelle idee spiazzanti e sotto gli occhi di tutti, che tuttavia a causa di quell’ottica vigente totalmente stereotipata che nasconde anche l’intuizione più evidente, rimane sempre in secondo piano.

La domanda è semplicissima e non nascondo di essermela posta molte volte anche io: le formiche sono la chiave per il carburante del futuro?

L’acido formico (HCOOH) il più semplice acido organico che deve il suo nome proprio alle formiche, nel cui organismo viene sintetizzato e che lo usano come veleno urticante, rappresenta una delle molecole ideali per immagazzinare l’idrogeno, in maniera efficace e sicura e potrebbe diventare il “serbatoio” energetico rifocillato da energie rinnovabili per alimentare le automobili del XXI secolo, che è già iniziato, non dimentichiamolo, anche se forse non sembrerebbe…

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Alla faccia del bicarbonato di sodio, che alghe!

Alghe si nasce, ma formidabili produttori di biocombustibili si diventa!

Già, perché, quasi come una novella scoperta dell’acqua calda, alcuni ricercatori hanno dimostrato che un reagente “povero” come il bicarbonato di sodio è in grado di aumentare notevolmente la produzione da parte delle alghe dei precursori chiave del biodiesel, un combustibile ottenuto da fonti rinnovabili.

Una notizia che alle sette sorelle non farà certo piacere di questi tempi, che tra le incombenze di Hubbert, le mestruazioni del golfo messicano e l’instabilità dei mercati, adesso vedono schierarsi un altro agguerrito e temibile concorrente nelle file dei combustibili alternativi.

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